Dopo
i primi fallimenti russi e americani, nel 1965 il Mariner4,
giunto a 10.000 km di distanza dal pianeta, inviò 22
fotografie e diverse informazioni che ritraevano un pianeta dalla
superficie sensibilmente craterizzata e senza vita, dall’atmosfera
molto ricca di CO2 e scarsa di azoto e con una pressione alla superficie
tanto bassa da dover senz’altro escludere la presenza di
acqua allo stato liquido. Nel maggio 1971 l’URSS lanciò la
sonda ‘Mars3’ composta di Orbiter
e Soft Lander. Questo fu il primo atterraggio di successo su Marte;
il Lander riuscì
a trasmettere all’Orbiter solo 20 secondi di videodati per
poi restare muto per sempre.
Nel Dicembre del 1971, il Mariner 9, giunto a
1370 km di distanza incominciò a mappare l’emisfero
meridionale del pianeta ed a scattare, dopo che si fu placata un’intensa
tempesta di polvere in atto all’arrivo della sonda, 7239
stupefacenti fotografie di Marte che rivelarono immensi vulcani,
profondi ed
ampi crepacci che si estendono su un quarto della circonferenza
del pianeta, colossali bacini da impatto ed interessanti configurazioni
molto simili a letti di fiumi prosciugati, vallate, isole, litorali
ed altri segnali inconfondibili della presenza, in altri tempi,
di grandi quantità di acqua in superficie. Fu chiaramente
evidente che, nel passato, un’atmosfera marziana più densa
permise all’acqua di scorrere sul pianeta.
Nel 1975, con il Viking1 (che atterrò su
Chryse Planitia a 47,8° lat.
nord e 22,5°long. ovest) ed il Viking2 (che atterrò su
Utopia Planitia a 48° lat. nord e 225,6° long. ovest),
ebbe inizio la seconda fase dell’esplorazione di Marte. Nel
punto dove atterrò il Viking2, Utopia Planitia, il cielo,
a causa della polvere rossastra nell’atmosfera, appare color
rosa; senza questa polvere apparirebbe invece quasi nero a causa
della sottigliezza dell’atmosfera marziana.
Il 20 Luglio 1976, mentre le telecamere dell’Orbiter
riprendevano a 2000 km di distanza immagini ad alta risoluzione
del pianeta,
il Lander del Viking1 atterrava nella ‘Chryse Planitia’ (il
grande bacino di terre basse a nord della Valles Marineris) analizzando
la struttura e la composizione dell’atmosfera e realizzando
test chimici di campioni di suolo alla ricerca di micro-organismi
marziani, e fornendo vedute panoramiche, dettagliate e a colori
del suolo marziano.
Secondo alcuni scienziati, che esaminarono gli esperimenti sui
campioni, ci sarebbe stata evidenza di vita batterica mentre la
posizione ufficiale della NASA fu che niente sembrava indicare
la presenza di vita.
Durante l’inverno del Viking1 un sottile strato di brina
d’acqua si formò sul terreno circostante per circa
100 giorni.
Il 7 Agosto del 1976, il Lander Viking2 (che,
a detta di alcuni, secondo i piani avrebbe dovuto atterrare a Cydonia
per far maggior
luce sulle incerte rivelazioni
di Mariner9) atterrò in una zona desertica e rocciosa ma meno collinosa
di Chryse Planitia, con il nome di Utopia Planitia, a 47,7° di latitudine
nord. Se il Lander fece esperimenti per cercare micro-organismi marziani e fornì vedute
panoramiche dettagliate a colori, l’Orbiter mappò la superficie
del pianeta con oltre 52.000 immagini.
Il 4 Luglio 1997 atterrò su Marte la sonda Pathfinder, alimentata ad energia
solare.
Questa missione sperimentò con successo un nuovo modo di atterraggio usando
airbags che avvolgevano la sonda in quanto su Marte, essendo l’atmosfera
molto rarefatta, il paracadute non avrebbe potuto avere quell’efficacia
che avrebbe avuto sulla Terra. L’impatto fece rimbalzare la sonda fino
ad un’altezza di 15 m circa ed a questo movimento si susseguirono altri
15 balzi che la portarono a fermarsi, dopo 2,5 minuti, alla distanza di circa
1 km dal luogo dell’impatto iniziale.
L’atterraggio avvenne nella regione Ares Vallis, nel bassopiano denominato
Chryse Planitia, a 19,33° nord e 33,55° ovest, in un’area che rappresenta
lo sbocco di una di quelle valli di origine alluvionale. (Lì vi fu, nel
lontano passato del pianeta, una
gigantesca e catastrofica inondazione che scavò questo canyon e, presumibilmente,
depositò rocce che erano state raccolte per tutto il pianeta, asportate
dagli altopiani antichi e fortemente craterizzati e trascinate in basso dalla
corrente).
Una volta che gli airbag si sgonfiarono e che tre pannelli solari si aprirono
come i petali di un fiore, fu calata una rampa e, dal modulo d’atterraggio,
scese il rover Sojourner (un piccolo robot a 6 ruote di 10,5
kg e grande come una scatola da scarpe) con a bordo un analizzatore chimico adibito
allo studio
delle rocce marziane. Il Soyourner camminò sul suolo
marziano in un panorama interessante: due montagne gemelle sullo sfondo, le Twin
Peaks, aree con e senza rocce e zone con dune di sabbia; il tutto sotto un cielo
color giallo ambrato.
Pathfinder inviò un’infinità di informazioni fra cui 16.000
immagini dal Lander, 550 immagini dal Rover, più di 15 analisi chimiche
delle rocce e dati sui venti, sul tempo, su temperatura e pressione.
La preoccupazione iniziale sulla possibilità che una tempesta globale
di polvere potesse oscurare la luce solare ed impedire la necessaria alimentazione
delle batterie del Lander risultò infondata, perché, anche durante
una tempesta di sabbia, i pannelli avrebbero comunque ricevuto luce a sufficienza
per caricarle. La fotocamera del Lander Pathfinder, detta IMP (Images for Mars
Pathfinder), era formata da due occhi detti oculari che permisero di ottenere
immagini tridimensionali degli oggetti e delle rocce, coperte da polvere di un
rosso brillante. Grande fu l’interesse legato a questa missione per l’analisi
delle rocce di Marte in quanto contengono, scritta nel minerali che le costituiscono,
la storia della propria formazione.
Le rocce visibili dalle immagini inviateci dal Pathfinder sono di color grigio
scuro e coperte di polvere giallo-brumastra. Nonostante tracce di lenta erosione
eolica, le rocce e la superficie sembrano aver subito ben pochi cambiamenti dall’epoca
della colossale inondazione e le differenze di colore possono essere il risultato
di lievi variazioni nei minerali del ferro o nelle forme e dimensioni delle particelle
che le compongono.
La maggior parte delle rocce marziane sono scavate, di varie forme (angolari,
rotonde e vescicolari) e bucherellate, e questi buchi sembrano essere pieni di
sabbia, quella sabbia che non è come quella delle nostre spiagge, ma più fine,
quasi come farina bianca.
Da dove vengono queste rocce? Di che cosa sono fatte? Sono scavate dal vento?
Sono state arrotondate durante il trasporto da parte dell’acqua delle catastrofiche
inondazioni e depositate sulla pianura dell’Ares Vallis? Sono state arrotondate
dal trasporto glaciale? Derivano da antiche rocce conglomerate da cui ciottoli
e sassolini vennero liberati dall’azione del tempo? O derivano dalla combinazione
di quanto sopra? Questo, probabilmente, è o sarà lavoro dei geologi.
Dopo le stupefacenti immagini del Mariner9 e soprattutto dei Viking, che mostrarono
canali di deflusso e strutture che fecero pensare all’esistenza di laghi
sugli altopiani (indizi di un clima più umido e caldo nel passato di Marte
tale da permettere l’esistenza dell’acqua in superficie), uno degli
obiettivi scientifici del Pathfinder era appunto quello di trovare elementi che
facessero luce sul passato clima di Marte.
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Una
prova indiretta della presenza di acqua su Marte in un lontano
passato sono anche le dune di sabbia e le pietre
inclinate o impilate, ad indicare il fatto
che furono depositate da una veloce corrente d’acqua.
La colorazione giallo-ambrata del cielo di Marte (simile a quello ripreso
dai Viking) è invece spiegabile per la presenza di polvere finissima nell’atmosfera,
polvere fortemente magnetica perché, probabilmente, contiene impurità di
un minerale fortemente magnetico).
Quanto alla temperatura e pressione del pianeta, i dati trasmessi dalla strumentazione
meteorologica del Pathfinder hanno confermato regolari fluttuazioni delle
stesse, sia giornaliere che a lungo termine (con temperature massime di –10°C
verso le 14:00 di ogni giorno ed un minimo di –70°C appena prima dell’alba).
Le temperature mattutine di Marte variano enormemente a seconda dell’ora
e dell’altitudine; al mattino l’aria fredda si riscalda a partire
dalla superficie e risale in piccoli vortici. Infatti, secondo i sensori
posizionati una prima volta a 25, poi 50 ed infine 1 metro di altezza sopra
la sonda, i valori
della temperatura risultano diversi. Una persona su Marte avvertirebbe
a livello
della testa, una temperatura almeno 20° più bassa rispetto a quella
dei piedi. Al contrario, le temperature del pomeriggio, quando l’aria si è ormai
riscaldata, non mostrano simili variazioni; durante la notte, il vapore acqueo
congela intorno ai finissimi grani di polvere dell’atmosfera formando
lievi nubi azzurre nel cielo del primo mattino per poi evaporare al sorgere
del Sole.
Parlando della pressione del pianeta si è già detto che essa varia
con il variare delle stagioni; durante l’inverno il freddo è tale
che il 20/30% dell’atmosfera congela in corrispondenza del polo, formando
un enorme strato di anidride carbonica solida. Al tempo stesso, la pressione
raggiunge il suo minimo con un’atmosfera molto rarefatta e la calotta polare
si trova al massimo della sua estensione. Le diverse condizioni atmosferiche
relative alla temperatura rilevate dai Viking e dal Pathfinder potrebbero dunque
semplicemente riflettere differenze stagionali e differenze date dai diversi
tempi d’arrivo sul pianeta. Il Pathfimder infatti ha effettuato la sua
discesa alle 3:00 del mattino, mentre i Viking sono giunti a destinazione alle
4:00 pomeridiane, quando l’atmosfera è più calda.