Se le fotografie e le immagini dei veicoli
spaziali americani ci mostrano una serie di indizi che inequivocabilmente
indicano
che la superficie del pianeta rosso un tempo fu solcata da corsi
d’acqua (un ambiente quindi abbastanza caldo da consentire
H2O allo stato liquido), dobbiamo senza dubbio pensare che sia
stata riscaldata dall’effetto serra causato da una densa
atmosfera di CO2. Marte potrebbe quindi aver posseduto, un tempo,
un’adeguata quantità di CO2 ma, successivamente, si
sarebbe raffreddato perché il meccanismo che avrebbe dovuto
consentire il riciclaggio di questo gas si esaurì. Fu
lo spegnersi del meccanismo della tettonica a zolle, causato dal
raffreddamento
del pianeta al suo interno, che pose fine alle reazioni dei carbonati
ed alla conseguente liberazione di CO2 nell’atmosfera marziana,
con diminuzione della pressione atmosferica e congelamento dell’H2O
sulla superficie.
Questo meccanismo però potrebbe essere stato diverso da
quello della Terra poiché, un pianeta piccolo come Marte,
potrebbe non aver mai sviluppato una tettonica a zolle (anche se
i sedimenti carbonatici avrebbero potuto essere sepolti dalla lava
vulcanica e spinti fino ad una profondità ove la pressione
ed il calore avrebbero permesso ugualmente la liberazione di CO2).
A quanto pare il meccanismo si esaurì perché il pianeta,
essendo troppo piccolo ed avendo quindi minor calore al suo interno,
lo perse più rapidamente per il suo alto rapporto superficie/volume.
L’interno di Marte divenne dunque così freddo che
il pianeta non fu più in grado di liberare CO2 dalle rocce
carbonatiche e, al contrario, tutta la CO2 sottratta all’atmosfera
per opera del processo di alterazione superficiale rimase fissata
nel suolo lasciando un’atmosfera rarefatta con un clima che
si approssimò gradualmente ai rigori attuali. Questa spiegazione
però, implica che Marte, all’interno della sua crosta,
debba contenere grandi quantità di rocce carbonatiche (carbonati
sono stati rinvenuti in alcune meteoriti marziane). Saranno le
sonde delle missioni future a darcene risposta.
Dov’è finita tutta l’acqua su Marte?
Quando
negli anni mediani del 1970 la sonda Viking della NASA mostrò che
Marte un tempo pullulava di vitalità geologica, il geologo
americano Timothy Parker, esaminando le immagini del Viking, notò nel
paesaggio marziano antico formazioni simili ad archi sottili, strisce
ed
increspature. Le somiglianze con i bordi essiccati del lago Bonneville,
un mare preistorico che una volta copriva parti del territorio
dello Utah, del Nevada e del Idhao, portarono Parker e colleghi
a credere che la maggior parte dei resti simili a delle spiagge,
nell’emisfero nord di Marte (pianure molto piatte e senza
caratteristiche, in contrasto con le altre più antiche e
più cratterizzate del sud) e le apparenti costiere richiedessero
almeno due o più insediamenti di un mare o un oceano per
almeno geologicamente brevi periodi di tempo, con temperature sopra
il punto di congelamento (già altri ricercatori infatti
avevano identificato enormi cumuli di sedimenti, giganteschi crepacci
interconnessi, evidenza di corpi d’acqua stagnante). Inoltre
constatarono che parecchi canali formatisi da gigantesche inondazioni
si erano scaricati
direttamente nella pianure del nord.
L’ipotesi della presenza di un oceano ha ricevuto una forte
spinta dai milioni di misurazioni delle altitudini ottenute su
tutto il pianeta dal Mars Orbiter Laser Altimeter (MOLA).
Utilizzando
i suoi dati sono stati scoperti (Head) ed identificati stimolanti
indizi e tracce vicino ad apparenti costiere:
1. Controllando le altitudini dei due principali gruppi di lineamenti
del presunto oceano (mappati da Parker), essi notarono che
il limite più esterno e più alto, la costiera Arabia,
serpeggia in su e in giù in elevazione, su una distanza
di 5 km e mezzo, mentre il bordo più interno, la costiera
Deuteronilus, ha un’elevazione più costante e, lungo
l’intera circonferenza della linea di costa, non devia mai
più di 280 m dalla sua media. Inoltre, in un punto la linea
non combacia a causa del cratere Lyot, in un altro, nella regione
del Mons Elysium, potrebbe essere stata sepolta sotto le correnti
di lava ed in un terzo punto potrebbe essere stata cancellata dal
sollevamento della crosta, nella regione che formò la sporgenza
di Tharsis.
2. La superficie marziana, sotto e sopra la linea di costa Deuteronilus,
appare più liscia ed i suoi lineamenti sembrano più addolciti
che al di sopra di essa. Lo studioso Head ed il suo team hanno
inoltre notato ampi terrazzi simili a quelli che si formano sulla
Terra
quando
la costiera
recede e
che potrebbero indicare zone dove il terreno, saturo di ghiaccio, è crollato
lungo un leggero pendio.
3. Ivanov e Head hanno scoperto che, i sei maggiori alvei
di inondazioni si riversano nella Chryse Planitia a quote entro
i 350 m l’uno
dall’altro, su di una apertura di 2.200 km. Il grande mare
del nord, intanto, si era già alzato a quei livelli quando
gli ultimi torrenti in piena vennero a riversarsi nei canali.
Se la nozione di oceano di Parker è corretta significherebbe
che almeno 27 milioni di kmq del suolo marziano probabilmente erano
coperti, con una profondità che andava da 620m ad un massimo
di 1500m (1/3 dell’Oceano atlantico). Sebbene i canali alluvionali
su Marte facciano scomparire per la loro grandezza quelli terrestri,
avrebbero dovuto sgorgare dozzine di volte per riempire le pianure
settentrionali fino alla costiera Deuteronilus. Tali inondazioni,
propone Victor Baker ed il suo gruppo nel 1991, sono avvenute ripetutamente
ogniqualvolta movimenti vulcanici nelle profondità della
crosta provocavano lo scongelamento del permafrost marziano su
larga scala.
Stephen Clifford da parte sua afferma che (sia che la linea di
costa fosse reale o immaginaria) il pianeta primordiale aveva una
crosta permeabile e non gelata che, in modo naturale, permetteva
all’acqua
di drenare nelle pianure e nelle depressioni del nord.
Un altro studioso, Michael Karr, sostiene ancora che circa 4 miliardi
di anni fa, nel periodo Noachiano, le zone più basse del
pianeta dovevano avere masse d’acqua stagnante
che molto probabilmente non sono esistite in tempi più recenti.
Secondo Clifford, dopo le catastrofiche inondazioni che formarono
un oceano, 2 o 3 miliardi di anni fa (quindi ancora nella prima
storia del pianeta), il calore interno stava ormai scemando, ed
il pianeta
era
già in un clima di intenso gelo. L’oceano a nord
e la crosta altrove avevano cominciato a congelare.
Conseguentemente, spesse calotte coprirono ciascun polo e la pressione
causata dalla calotta settentrionale spinse l’acqua sottostante
verso sud ed in salita, nelle terre più alte. Allora,
la crosta gelata non era ancora abbastanza spessa per resistere
alla crescente
pressione idraulica per cui si vennero a creare ripetute fratture
nei punti più deboli. Le inondazioni si precipitarono verso
nord, sopra o sotto il grande lastrone oceanico di ghiaccio, il
cui aumento volumetrico avrebbe fatto galleggiare il ‘coperchio’ di
ghiaccio creando forse un anello d’acqua tutt’intorno,
dove correnti di ghiaccio sospinte dal vento avrebbero eroso le
linee di crosta.
Se alcuni specialisti marziani sono allettati dall’ipotesi
dell’oceano, altri hanno tuttora delle riserve.
Una di queste si basa sull’affermazione che se i segni di
acqua alta, che arrivarono a superare i 3 km di altezza sopra i
lineamenti Deuteronilus fossero reali, implicherebbero che il pianeta
abbia ‘strizzato’ la sua intera quantità d’acqua,
dal suo interno sulla superficie. Bruce Jackosky fa notare, che
non c’è evidenza che il Marte primordiale avesse un
sistema di trasporto d’acqua sotterraneo, come sostiene Clifford.
Carr
argomenta invece che ogni successiva inondazione portata dai canali
scaricò la sua acqua sulla pianura nordica e, rapidamente,
congelò sul posto. Le inondazioni successive, dunque, non
ricaricarono l’oceano ma semplicemente ispessirono lo strato
di ghiaccio e le distese che vediamo oggi sul pianeta rappresentano
le parti superficiali di questi strati. Inoltre, continua Carr,
i confini segnalati da Parker sono tutti considerevolmente più alti
dell’attuale superficie delle pianure, significando che gran
parte del contenuto dell’oceano è, in qualche modo,
scomparso.